La barzelletta dello studente che ribalta l’esame di filosofia col professore e ti farà scoppiare a ridere

Ridere è una faccenda seria. Lo sapevano bene anche i Romani, che non disdegnavano battute pungenti su politici e figure pubbliche — il libro Philogelos, una raccolta di barzellette greche e latine del IV secolo d.C., dimostra che l’ironia sui medici incompetenti, sui professori presuntuosi e sui tirchi era già un genere consolidato. Ma cosa scatena davvero la risata? Secondo la teoria dell’incongruenza cognitiva, il cervello ride quando si aspetta qualcosa e riceve qualcosa di completamente diverso: una sorpresa logica che “non torna” ma, in fondo, torna benissimo. Non siamo soli in questo: anche i ratti, gli scimpanzé e i delfini producono vocalizzazioni associate al gioco che ricordano da vicino la risata umana. La differenza? Solo noi abbiamo inventato le barzellette sui professori di filosofia.

La barzelletta: l’esame di filosofia

Un ragazzo deve sostenere l’ultimo esame universitario: filosofia. Lo ha tenuto per ultimo proprio perché il professore è famoso per fare domande assurde, trabocchetti mentali degni di un enigmista con la cattedra.

Appena lo studente si siede, il professore appoggia sul banco un mazzo di chiavi e lo fissa con aria soddisfatta.

Prof: «Forza, dimostri che queste chiavi sono mie.»

Alunno: «…»

Prof: «Allora?»

Alunno: «Ehm… Aristotele… Platone… ehm…»

Prof: «Se ne vada. Torni al prossimo esame.»

Il ragazzo si alza, e — quasi per distrazione — prende il mazzo di chiavi e si avvia verso la porta.

Prof: «Ma cosa fa?! Dove va con le mie chiavi?!»

Alunno: «Ecco. Dimostrato che sono sue.»

Prof: «Promosso!»

Perché fa ridere (e perché funziona anche filosoficamente)

Il meccanismo comico si basa su un ribaltamento di aspettative: lo studente sembra incapace, impreparato, persino goffo. Poi compie un gesto apparentemente banale che si rivela, in realtà, la risposta più brillante possibile.

La trovata non è solo comica: è genuinamente filosofica. Dimostrare il possesso di qualcosa attraverso argomentazioni astratte è quasi impossibile — lo sapeva bene Ludwig Wittgenstein, secondo cui certi problemi filosofici si “dissolvono” invece di risolversi, e spesso la risposta migliore è un’azione concreta, non una catena di sillogismi.

Lo studente, inconsapevolmente o no, ha applicato una forma di pragmatismo filosofico: invece di spiegare la proprietà, l’ha provocata. E il professore — da buon filosofo — non ha potuto fare altro che riconoscerlo.

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